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Omaggio a Luigi Bobbio

Omaggio a Luigi Bobbio, 12 gennaio 2018
(6 mars 1944 - 9 octobre 2017)

Luigi Bobbio a Cervinia, 26 juglio 2017

Iolanda Romano, Avventura Urbana - Commissario di governo per il Terzo valico

Luigi Bobbio è stato tante cose nel corso della sua ricca esistenza: un militante, un professore di liceo, un docente universitario, uno studioso di scienze politiche, un esperto di analisi delle politiche pubbliche. Ma soprattutto è stato, negli ultimi vent’anni, il punto di riferimento più autorevole in Italia – e fra i più riconosciuti in Europa - di coloro che si occupano di partecipazione dei cittadini e democrazia.

Non mi soffermerò qui sugli studi che ha condotto, ma sul suo fondamentale ruolo di intermediario tra teoria e pratica. Una pratica che si è affacciata in Italia all’inizio degli anni Novanta e che si è sviluppata velocemente recuperando decenni di ritardo rispetto ad altri paesi come il nord Europa, gli Stati Uniti, il Canada, e anche la Francia.

Quando ho incontrato Luigi per la prima volta, nel 1997, aveva da poco fondato il Master in Analisi delle politiche pubbliche e pubblicato un piccolo libro, destinato a diventare una delle pietre miliari nello studio dell’analisi delle politiche pubbliche: La democrazia non abita a Gordio. Invitò il nostro gruppo di lavoro a raccontare le esperienze di progettazione partecipata all’interno del suo corso. L’interesse e la curiosità per le pratiche crebbe velocemente, tanto che Luigi Bobbio decise di cimentarsi direttamente in alcune esperienze di partecipazione dal valore innovativo.

La prima, particolarmente nuova nel panorama nazionale, fu un’esperienza di negoziazione ambientale: era il 2000 e insieme ad Avventura Urbana realizzammo il processo partecipato “Non rifiutarti di scegliere”, per la scelta di due siti per impianti di smaltimento dei rifiuti nella Provincia di Torino. Si sperimentò il metodo del confronto strutturato con il sostegno di un’analisi multicriteri. Da allora la collaborazione si consolidò e proseguì in diversi progetti, ogni volta utilizzando metodi diversi di coinvolgimento dei cittadini e portatori di interesse: Giuria dei cittadini, Town Meeting elettronico, Dibattito pubblico, Deliberative polling, Bilancio partecipativo e molti altri.

Ho selezionato qui alcuni progetti sia per la loro portata simbolica sia perché hanno costituito delle vere e proprie frontiere per la riflessione teorica e pratica in Italia.

Il primo è il Town meeting svolto a Marina di Carrara nel 2006 per scrivere in modo partecipato, insieme a 500 cittadini toscani, la legge regionale sulla partecipazione della Toscana. Fu un’esperienza ricca e complessa, di cui si è scritto tanto, con toni di condivisione ma anche di critica. La legge, dopo quasi dieci anni, è ancora in vigore e ha promosso centinaia di esperienze a scala locale che fanno ora della Toscana una delle roccaforti della partecipazione in Italia.

Il secondo è un Deliberative polling, condotto nel 2008 insieme agli ideatori di questo metodo – James Fishkin e Robert Luskin – e all’Università di Siena su due temi molto controversi: il diritto di voto agli immigrati e la linea ferroviaria ad alta capacità Torino-Lione. Il progetto aveva uno scopo di ricerca quindi non ebbe ricadute al livello delle politiche, ma mise in luce alcuni significativi fenomeni di distorsione dell’opinione pubblica quando non correttamente informata.

Il terzo è un Dibattito pubblico sul Testamento biologico nel 2009, per conto della Biennale Democrazia, che coinvolse oltre mille cittadini a Torino e a Firenze. La domanda era se fosse o meno necessaria una legge e gli esiti del processo furono che si, serviva. Il 14 dicembre di quest’anno, dopo 8 anni di attesa, la legge sul testamento biologico è stata finalmente approvata dal Parlamento italiano.

Il quarto è il processo con tre Giurie dei cittadini, realizzate in altrettante città nel 2011 sempre per conto della Biennale Democrazia, sul tema del Federalismo, un argomento difficilissimo per le sue molteplici intersezioni con materie fiscali, giuridiche, amministrative. Fu l’importante dimostrazione che è possibile discutere con i cittadini comuni di temi anche molto specifici e complessi.

Il quinto e il sesto sono Dibattiti pubblici su due grandi infrastrutture, in entrambi i casi realizzati da Autostrade per l’Italia. Uno, nel 2009, a Genova  - a cui ha partecipato come esperto anche Jean Michel Fourniau - e l’altro, nel 2017, a Bologna. Sono state esperienze importanti, molto discusse, che hanno innescato una riflessione anche critica sull’utilità di introdurre lo strumento del Débat Public in Italia. Il Parlamento di questa legislatura, nel 2016, ha deciso di adottarlo inserendolo come obbligatorio, per tutte le grandi opere sopra una certa soglia di costo o dimensione. Le esperienze di Genova e Bologna, in quanto applicazioni del metodo su grandi opere, sono state prese a riferimento dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti per la redazione del decreto attuativo, di imminente pubblicazione, che definisce le modalità di svolgimento del Dibattito pubblico nella sua versione italiana.

Luigi Bobbio prendeva parte a questi progetti con eguale interesse, sia che avesse un ruolo di primo piano nella conduzione sia che rivestisse il ruolo di esperto dal punto di vista scientifico. Il suo contributo era fondamentale: rappresentava un elemento costante di riflessione che obbligava ad interrogarsi francamente sulle scelte da operare nel corso dell’azione.

A differenza di altri suoi colleghi, spesso distanti e disinteressati alle sfumature dell’interazione, Luigi Bobbio cercava di “entrare nel processo” cogliendone tutte le articolazioni.

Era un finissimo studioso che sapeva sporcarsi le mani. Non si chiedeva cosa non funzionasse in un processo, ma come farlo funzionare meglio. Era genuinamente interessato a "portare il mondo in una stanza", ossia a vedere rappresentati il più possibile tutti gli interessi in gioco, costruendo un equilibrio fra tutti i punti di vista. Credeva nella partecipazione come ad un’estensione del “diritto di poter contare” dei cittadini, anche quelli apparentemente meno interessati ad un progetto, per questo cercavamo di immaginare tutte le strade per garantire il coinvolgimento dei soggetti anche se solo potenzialmente toccati da un problema.

Queste convinzioni avevano delle conseguenze. Nel processo sull’inceneritore decidemmo di “svegliare il can che dorme”, andando sul territorio ad avvisare i cittadini che, potenzialmente, avrebbero potuto vedere realizzato sotto casa loro un impianto sgradito. Così, una volta allarmati, potevano decidere se costituire un comitato locale ed essere rappresentati nella commissione che doveva prendere una decisione. Oppure a Genova, per favorire la partecipazione agli incontri di tutti coloro che abitavano nelle case interessate dai diversi tracciati della nuova autostrada – fino ad allora ignari-, decidemmo di pubblicare sui quotidiani locali  l’elenco, con vie e  numeri civici, delle abitazioni potenzialmente a rischio di esproprio.

Luigi era consapevole dei limiti dei processi partecipativi, ne riconosceva le debolezze e i rischi, ma non desisteva dalla ricerca di opportunità e di soprese. Sembrava attratto, più che da ogni altra cosa, dalla capacità dei processi deliberativi di generare occasioni di apprendimento. E apprezzava, valorizzandole come delle vere e proprie sorprese, le proposte anche piccole ma significative che spesso nascono dal coinvolgimento di chi è direttamente toccato da un problema. Mostrava un rigore unico nella definizione delle regole del gioco di ogni esperienza; nelle modalità di conduzione, che doveva essere pienamente imparziale; delle condizioni di partecipazione, che dovevano essere chiare, flessibili, trasparenti.

Delle moltissime discussioni fatte insieme, quando affrontavamo le scelte di impostazione di un progetto, o ne analizzavamo gli esiti, ricordo prevalentemente la ricchezza e la profondità dello scambio. Tutti gli aspetti, anche quelli più marginali, suscitavano la sua attenzione e le sue domande provocavano riflessioni e proposte.  Si innescava un meccanismo di apprendimento che rendeva questi momenti occasioni uniche di crescita professionale e personale.

Infine Luigi faceva tutto questo con infinita grazia. Non voleva che ci fossero vincitori e vinti: in nessuna delle occasioni in cui l'ho visto offrire un consiglio ho mai percepito un tono di giudizio, di critica fine a se stessa. Le sue proposte erano sempre tese al rispetto delle differenze, alla valorizzazione dell'incontro, alla spinta per la cooperazione anziché della competizione.

Luigi era anche un entusiasta, si innamorava dei processi e delle dinamiche che le persone che vi partecipavano sapevano sprigionare: anni fa adottò per questo il termine di "felicità pubblica". L'aggettivo che usava più frequentemente per esprimere approvazione era "splendido".

L'ultima occasione in cui ho avuto modo di collaborare direttamente con Luigi Bobbio fu alla presentazione del bilancio di mandato del primo anno da Commissario di governo per la nuova linea ferroviaria Genova Milano. In quell’occasione mi propose, cosa che accolsi, di invitare esperti contrari all'opera e allo stesso metodo da me utilizzato. Ovviamente aveva ragione.

Questo che era un suo grande merito è forse stato anche un suo punto di debolezza.

La scelta di rispettare sempre tutti i punti di vista, di sforzarsi di vedere le buone ragioni dell’altro e di rifuggire la contrapposizione, probabilmente ha avuto un costo. Luigi imponeva con le sue idee e con le sue scelte, ma non le imponeva. La sua leadership gentile o non è stata capita o non è riuscita a creare uno spazio consolidato, un centro aggregante per coloro che gli gravitavano intorno o per chi avrebbe voluto seguirne le orme nel campo accademico.

Ora ha lasciato un grande vuoto. Non resta una scuola né un gruppo di pensiero che possa portare avanti la sua eredità, che era patrimonio di tutti noi e che costituiva un baluardo contro la banalità e la semplificazione dei processi partecipativi.

Per chi come noi ha avuto in Luigi un punto di riferimento costante in questi vent'anni è difficile pensare di continuare a sperimentare senza il suo sostegno e la sua lucidità.

Che cosa possiamo fare? Credo che l'unica risposta sia che ora tocca a noi rimboccarci le maniche. Dobbiamo mettere insieme le forze e trovare il modo di dare seguito, tutti insieme, a questa sua insostituibile funzione di revisore critico ed entusiasta.

La critica costruttiva nel corso del processo, e non al suo termine in forma di valutazione, è infatti fondamentale. Soprattutto per una pratica, quella partecipativa, che non può non essere, come diceva Donald Schön, che riflessiva.